← Blog · 12 set 2026 · 10 min di lettura
Da sconosciuti a compagni di viaggio: 12 giorni nel West America
Quindici persone, quasi tutte sconosciute, e dodici giorni attraverso il West americano. Tra canyon, Route 66, tramonti, risate e chilometri di strada, il gatto ha scoperto che la parte più indimenticabile del viaggio non è stata un luogo, ma il gruppo.
Ci sono viaggi che si ricordano per i posti che si visitano. E poi ce ne sono altri che, quando finiscono, ti fanno capire che i luoghi erano soltanto una parte della storia.
Quello del gatto nel West americano è stato entrambe le cose.
Dodici giorni tra alcune delle strade e dei paesaggi più incredibili degli Stati Uniti, quasi 4.000 chilometri attraversando California, Arizona, Utah e Nevada. Los Angeles, Joshua Tree, Route 66, Grand Canyon, Monument Valley, Antelope Canyon, Bryce Canyon, Zion, Las Vegas, Death Valley e molto altro.
Ma soprattutto una cosa che il gatto, prima di partire, non avrebbe mai potuto prevedere: 14 perfetti sconosciuti che, nel giro di pochissimi giorni, hanno smesso completamente di esserlo.
La paura prima di partire
Quando il gatto ha prenotato questo viaggio con WeRoad sapeva abbastanza bene cosa lo aspettava dal punto di vista dell’itinerario. Sapeva che avrebbe visto il Grand Canyon, percorso la Route 66, attraversato alcuni dei grandi parchi americani e passato due notti a Las Vegas.
Quello che non poteva assolutamente sapere era con chi avrebbe condiviso tutto questo.
Ed era proprio quella la parte che un po’ lo preoccupava.
Partire dall’altra parte del mondo insieme a 14 persone mai viste prima significa affidare buona parte del proprio viaggio a qualcosa di completamente imprevedibile. Magari il gruppo funziona benissimo. Magari no. Magari dopo tre giorni qualcuno ha già voglia di graffiare qualcun altro.
Il gatto, prima della partenza, qualche domanda se l’era fatta.
Poi è arrivato il momento di partire.
I primi incontri e il mistero di Pio
Le prime persone incontrate dal gatto sono state Carlotta, Francesca ed Elisa, a Roma. Era ancora quella fase strana in cui ci si presenta, si cerca di ricordare tutti i nomi e si prova a capire chi si ha davanti.
Il resto del gruppo sarebbe arrivato poco alla volta direttamente a Los Angeles. Nell’hotel della prima notte, una persona dopo l’altra, il viaggio ha quindi iniziato finalmente a prendere forma.
O quasi.
Perché mancava Pio.
Pio avrebbe dovuto partecipare al viaggio, ma non era arrivato. Nessuno sapeva se aspettarlo, se fosse in ritardo o se ci fosse stato qualche problema. Il gatto provò a chiedere a Noemi, la coordinatrice, ma lei sarebbe arrivata più tardi e neanche lei sapeva esattamente cosa stesse succedendo.
Alla fine, dopo una telefonata alla madre, arrivò la risposta: Pio non sarebbe partito.
Pio non ha mai raggiunto il gruppo, ma in compenso ha lasciato qualcosa che sarebbe rimasto per tutti i dodici giorni successivi:
“Where is Pio?”
Una semplice domanda diventata presto uno dei tormentoni ufficiali del viaggio.
Dopo tre giorni sembrava di conoscersi da sempre
È probabilmente questa la cosa che ancora oggi il gatto fatica maggiormente a spiegarsi.
All’inizio c’erano quindici persone che, nella maggior parte dei casi, non si erano mai viste prima. Eppure dopo appena tre giorni la sensazione era completamente diversa. Sembrava quasi di conoscersi da sempre.
Durante il viaggio si cambiava spesso la composizione delle auto e anche quella delle camere, proprio per permettere a tutti di passare del tempo insieme e conoscersi meglio. E così le lunghe ore sulle strade americane sono diventate parte integrante dell’esperienza.
Si parlava, si rideva, qualcuno dormiva, si cambiava macchina, si cambiava compagno di stanza e ogni giorno si scopriva qualcosa in più degli altri.
Era quasi impossibile chiudersi nel proprio angolino. Del resto un gatto, normalmente, apprezzerebbe molto avere i suoi spazi. Questo, invece, dopo qualche giorno sembrava non averne più bisogno.
Naturalmente c’era anche la musica.
E se questo viaggio dovesse avere una colonna sonora ufficiale, probabilmente non ci sarebbero molti dubbi: Take Me Home, Country Roads.
Una di quelle canzoni che, dopo averla ascoltata, cantata e riascoltata per giorni, finisce inevitabilmente per legarsi a un momento preciso della propria vita. E probabilmente da quel viaggio in poi, ogni volta che il gatto la sentirà partire, per qualche secondo tornerà su una di quelle strade americane.
Birrette, Walmart e tramonti
Tra i ricordi più belli del viaggio ci sono anche alcuni dei più semplici.
Qualche birra comprata da Walmart, il gruppo insieme e il sole che scendeva lentamente davanti a uno dei paesaggi più incredibili del West.
Non succedeva ogni sera, ma è successo in alcuni luoghi che difficilmente il gatto dimenticherà: al Joshua Tree National Park, al Grand Canyon, a Horseshoe Bend e infine al Griffith Observatory, con Los Angeles che si accendeva poco a poco sotto di loro.
Erano momenti semplici, senza bisogno di organizzare chissà cosa. Si stava insieme, si scherzava e ci si godeva il posto.
In quei momenti il gatto ha anche scoperto una cosa importante: una birretta al tramonto davanti al Grand Canyon è decisamente meglio di una ciotola di latte.
Attraversando il West americano
Il viaggio continuava e praticamente ogni giorno sembrava regalare qualcosa di completamente diverso.
Joshua Tree con le sue strade nel deserto. La Route 66, passando per luoghi come Oatman e Seligman. Il Grand Canyon, talmente enorme che è quasi difficile rendersi conto delle sue dimensioni anche quando lo si ha davanti.
Poi la Monument Valley, uno di quei luoghi che sembrano familiari ancora prima di visitarli perché visti centinaia di volte nei film. Antelope Canyon, con le sue pareti modellate dalla roccia e dalla luce. Horseshoe Bend. Zion. La Death Valley. Calico.
Era uno di quei viaggi in cui ogni giorno si aveva la sensazione che sarebbe stato difficile superare quello precedente, e invece puntualmente arrivava qualcosa di nuovo.
Eppure, se oggi qualcuno chiedesse al gatto quale sia stata la parte più bella dell’intero viaggio, la risposta non sarebbe uno di questi luoghi.
Tom e il Bryce Canyon
Se invece bisogna scegliere la singola esperienza preferita del gatto, allora un vincitore c’è.
La passeggiata a cavallo al Bryce Canyon.
Circa un’ora e mezza, forse due, attraversando uno dei paesaggi più particolari visti durante tutto il viaggio. E naturalmente anche il cavallo aveva un nome: Tom.
Per il gatto è stato uno di quei momenti in cui tutto sembrava perfettamente al proprio posto. Tom davanti, il Bryce Canyon tutto intorno e quella sensazione di trovarsi davvero dentro l’America che aveva immaginato prima di partire.
Uno di quei momenti in cui viene quasi spontaneo guardarsi intorno e pensare: “Ma sono davvero qui?”
Probabilmente Tom si sarà chiesto più o meno la stessa cosa vedendo un gatto sulla sua schiena.
Due compleanni in dodici giorni
Il viaggio ha regalato anche due compleanni da festeggiare.
Quello di Marzia è capitato durante una cena al ristorante e il gruppo ha festeggiato con un piccolo dolce e le candeline.
Quello di Carlotta è arrivato invece mentre tutti si trovavano a Bryce Canyon City. Qualche bottiglia di spumante stappata insieme e, durante la cena, anche un piccolo tortino con le candeline.
Niente di particolarmente elaborato, e forse proprio per questo sono stati momenti ancora più belli. A quel punto del viaggio sembrava già del tutto naturale festeggiare insieme il compleanno di persone che soltanto pochi giorni prima erano sconosciute.
Las Vegas e una memoria leggermente incompleta
E poi è arrivata Las Vegas.
Dopo giorni passati tra parchi, canyon, deserti e interminabili strade americane, ritrovarsi improvvisamente sulla Strip, circondati da luci, musica e casinò, è stato un cambio di scenario piuttosto netto.
Durante la serata il gruppo ha fatto anche un giro in limousine per la città. Il gatto si è divertito parecchio.
Forse anche troppo.
Perché la mattina successiva si è svegliato con un piccolo problema: non ricordava esattamente tutto quello che era successo la sera prima.
Per qualche minuto il viaggio nel West americano si è trasformato in una versione felina di Una notte da leoni, con il gatto impegnato a ricostruire la serata attraverso ricordi sparsi e racconti degli altri.
Nessuna tigre nel bagno e, per fortuna, nessun dente mancante.
Ma Las Vegas può ufficialmente dire di aver fatto il suo lavoro.
Quindici persone da portare in giro per l’America
Naturalmente un viaggio del genere non è fatto soltanto di tramonti e panorami. Ci sono auto da organizzare, orari, camere, attività, spostamenti e quindici persone da tenere insieme.
Noemi aveva il non semplice compito di coordinare tutto questo e lo ha fatto davvero bene, riuscendo a gestire il viaggio senza togliere al gruppo quella libertà e quella leggerezza che hanno reso quei dodici giorni così belli.
Poi, naturalmente, una buona parte del risultato l’ha fatta anche il gruppo stesso: la voglia di adattarsi, stare insieme e godersi ogni giornata.
Il problema dei viaggi belli è che finiscono
Poi è arrivato l’ultimo giorno.
E probabilmente è stata la parte meno bella di tutto il viaggio.
Non c’è stato neanche un unico momento in cui tutti si sono salutati contemporaneamente. Ognuno aveva voli e orari diversi, quindi il gruppo ha iniziato lentamente a ridursi.
Qualcuno è partito prima. Poi qualcun altro. E ogni saluto rendeva sempre più evidente una cosa che fino a quel momento era stato molto facile ignorare: il viaggio stava davvero finendo.
Ed era una sensazione stranissima.
Dodici giorni prima quelle persone non si conoscevano praticamente per niente. Ora era brutto vederle andare via.
Il gatto continua ancora oggi a chiedersi come sia possibile creare un legame del genere in così poco tempo.
Forse perché durante un viaggio dodici giorni non valgono davvero come dodici giorni normali. Si fa colazione insieme, si passano ore in macchina, si condividono camere, risate e stanchezza. Ci si sveglia presto, si arriva negli hotel sfiniti, si festeggiano compleanni, si bevono birrette davanti al tramonto, si canta Country Roads e si vedono insieme alcuni dei luoghi più incredibili del mondo.
Si vive tutto molto più velocemente.
E forse è proprio per questo che dopo appena tre giorni può sembrare di conoscersi da una vita.
La cosa più bella del viaggio in America
Prima di partire il gatto avrebbe probabilmente dato una risposta completamente diversa.
Il Grand Canyon? La Monument Valley? Antelope Canyon? La Route 66? La passeggiata a cavallo al Bryce? Las Vegas?
Sono stati tutti momenti incredibili.
Ma se oggi qualcuno chiedesse al gatto:
“Qual è stata la cosa più bella del viaggio in America?”
la risposta sarebbe semplicissima.
Il gruppo.
Il gatto era partito per vedere l’America insieme a 14 sconosciuti. È tornato chiedendosi come fosse possibile sentire già la mancanza di persone che, appena dodici giorni prima, non sapeva nemmeno che faccia avessero.
E forse la prova più bella che qualcosa di speciale sia davvero successo è arrivata una volta tornati in Italia.
Le chat sono rimaste. Le foto sono rimaste. Le battute sono rimaste. Where is Pio? è rimasto.
E soprattutto è rimasta la voglia di vedersi e partire ancora.
Tanto che alcuni membri di quel gruppo stanno già organizzando un nuovo viaggio insieme per Capodanno.
Alla fine il gatto era partito pensando che avrebbe ricordato soprattutto le enormi strade americane, il Grand Canyon, i deserti, Las Vegas e i tramonti della California.
E certamente sarà così.
Ma quando ripensa a quei dodici giorni, in mezzo a tutti quei paesaggi, vede soprattutto quattordici persone.
Quattordici sconosciuti.
O almeno, lo erano all’inizio.
I compagni di viaggio
In rigoroso ordine alfabetico, perché il gatto vuole continuare ad avere nove vite e preferisce evitare discussioni:
- Andrea
- Carlotta
- Cristian
- Davide
- Elisa
- Fabiana
- Francesca
- Giorgia
- Leonardo
- Marzia
- Mauro – il Gatto 🐱
- Noemi – la coordinatrice
- Sara
- Silvio
- Simone
E poi c’è naturalmente un sedicesimo nome che, pur non essendo mai arrivato a Los Angeles, in qualche modo è riuscito comunque a partecipare al viaggio:
Pio.
Where is Pio?